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gestione post pandemia

COVID-19: come gestire il rischio coronavirus in ambito lavorativo

Riguardo il tema della valutazione dei rischi si indica che il nuovo coronavirus, costituisce un agente biologico che, in quanto tale, deve essere classificato all’interno delle 4 classi di appartenenza di tutti gli agenti biologici potenzialmente rischiosi per l’uomo (art. 268 d.lgs. 81/08). L’obbligo per il Datore di lavoro di valutazione del rischio biologico ricorre qualora l’attività lavorativa comporti la possibile esposizione a un ‘agente biologico’, ossia qualsiasi microorganismo, anche se geneticamente modificato, coltura cellulare ed endoparassita umano che potrebbe provocare infezioni, allergie o intossicazioni (v. artt. 266 e 267 D.Lgs. 81/2008)”.
un primo caso riguarda gli ambienti di lavoro in cui l’esposizione al COVID-19 è specifica (ambito sanitario, pronto soccorso, reparti malattie infettive, addetti alla sicurezza aereportuale, addetti delle forze dell’ordine in aree oggetto di focolai, addetti dei laboratori di analisi, …).  In questi casi il datore di lavoro “ha già valutato il rischio biologico nel DVR e non cambia la valutazione, le misure di prevenzione e protezione adottate per altri virus con le stesse modalità di esposizione dei lavoratori. È necessario gestire il rischio con una procedura specifica che, partendo dalla valutazione del Rischio come combinazione del Entità del pericolo dell’agente biologico combinato alla Probabilità di esposizione dei lavoratori (R = E x P), valuta come intervenire operativamente per ridurre al minimo tale rischio. Le azioni possibili dipenderanno dalla valutazione e, come per tutti gli altri agenti biologici, dovranno comprendere sicuramente anche la corretta informazione, la formazione dei lavoratori e la fornitura dei DPI secondo la specifica mansione e valutazione (si veda più in dettaglio oltre)”.
Nei settori indicati “non si può eliminare il rischio biologico specifico, ma occorre valutarlo e ridurlo con varie azioni di contenimento, dalle barriere fisiche (D.P.I. ed altro) a quelle comportamentali (procedure, formazione e informazione, etc…)”.
un secondo caso riguarda gli altri ambienti di lavoro, ambienti di lavoro “in cui l’esposizione all’agente biologico è di tipo generico, e pertanto non rientra nel rischio specifico” (ambienti industriali, civili, scuole, terziario, grande e piccola distribuzione, attività commerciali, della ristorazione, trasporti, etc…). In questi casi il Datore di Lavoro ai sensi del D.Lgs. 81/2008 “ha già valutato il rischio biologico e sicuramente avrà presente nel documento di valutazione una sezione per il cosiddetto “Rischio Biologico Generico”. Questa sezione si applica a tutti gli agenti biologici (non dipende dalla classe di appartenenza) a cui i lavoratori sono esposti sul posto di lavoro come nella loro normale vita privata”. Infatti il rischio biologico del COVID-19 “rientra in questa sezione”, in quanto “non è legato direttamente all’attività lavorativa e ai rischi della mansione (salvo i casi specifici indicati nel paragrafo precedente) pertanto il Datore di Lavoro non deve aggiornare il DVR”.
il Datore di Lavoro può considerare un’integrazione al DVR Biologico specificando il ‘nuovo’ agente biologico: il COVID-19  per questi ambiti lavorativi deve essere valutato come RISCHIO BIOLOGICO GENERICO. L’esposizione al COVID-19 dal punto di vista del meccanismo di possibile contaminazione e di valutazione del rischio è analogo ad esempio al rischio influenzale. Di conseguenza la valutazione del rischio per l’agente biologico CoVID-19 è genericamente connessa alla compresenza di esseri umani sul sito di lavoro”.
Il Datore di Lavoro quindi dovrà verificare “che sia stata fatta corretta formazione e informazione ai propri dipendenti sulla Gestione del Rischio Biologico Generico. Le procedure che il Datore di Lavoro, mediante il Servizio di Prevenzione e Protezione, in collaborazione con il Medico Competente, il R.S.P.P., il R.L.S. e gli A.S.P.P., deve applicare sono, quindi, quelle di Prevenzione del Rischio Biologico Generico, adottando comportamenti basati su informazioni corrette”.

L’uso dei dispositivi di protezione individuale
Si segnala che i possibili DPI idonei a fronteggiare il Coronavirus sono relativi a:
  • Protezione delle vie respiratorie;
  • Protezione degli occhi;
  • Protezione delle mani;
  • Protezione del corpo.
Riguardo alle protezioni delle vie respiratorie si parla di facciali filtranti monouso “che proteggono da aerosol solidi e liquidi” e “sono classificati in tre categorie secondo la norma EN 149::
  • FFP1: protezione da aerosol solidi e liquidi senza tossicità specifica in concentrazioni fino a 4xTLV, APF=4;
  • FFP2: protezione da aerosol solidi e liquidi senza tossicità specifica o a bassa tossicità in concentrazioni fino a 12xTLV, APF=10;
  • FFP3: protezione da aerosol solidi o liquidi senza tossicità specifica a bassa tossicia e ad alta tossicità in concentrazioni fino a 50xTLV, APF=30”.
Ricordiamo che:
- TLV “è il Valore limite di esposizione professionale, cioè la concentrazione di una sostanza chimica alla quale si ritiene che la maggior parte dei lavoratori possa rimanere esposta senza effetti negativi sulla salute;
- APF è il fattore di protezione assegnato”.
alcuni esempi di azioni da intreperendere:

  • Limitazioni trasferte, smart working, riduzione temporanea delle attività, …
  • Procedura per l’igiene delle mani
  • Procedura per la pulizia degli ambienti
  • Definizioni di Casi
  • Dispositivi di Protezione Individuale
  • Informazione e Formazione dei lavoratori


come affrontare affrontare la quotidianità senza farsi prendere dalla paura del contagio

ormai il Covid 19 è una parola che è entrata a far parte del nostro quotidiano, tanto da cambiare abitudini e priorità. Ma occorre vencere e combattare un altro pericolo: il panico.

Noi esseri uman,i abbiamo paura di ciò che ci può fare male e che non si può vedere o che conosciamo poco. Succedeva già all’uomo delle caverne, quando assisteva alle eruzioni vulcaniche senza conoscerne la genesi non sapendo come comportarsi. In queste occasioni il nostro cervello accend l’emozione della paura. Lo stesso accade all’uomo moderno quando si trova ad affrontare una situazione che conosce poco.
Nella situazione che stiamo vivendo in questi giorni, i social stanno svolgendo un ruolo cruciale nel processo di diffusione delle informazioni, ma, come spesso accade, a salire sulla cattedra mediatica non sono solo esperti e tecnici, ma sporattutto profani e comuni cittadini che diffondono punti di vista spesso errati e pareri personali. Tutto questo non fa altro che alimentare in modo ingiustificato le proprie paure e le proprie ansie.

LA PAURA È CONTAGIOSA
Come hanno dimostrato diversi studi scientifici il cervello umano è predisposto al contagio emotivo. Le emozioni vengono trasmesse attraverso i cosiddetti neuroni specchio, delle cellule nervose che permettono di entrare in empatia con gli altri e di assorbirne anche i malumori, la negatività, lo stress, la paura e persino il panico.

PERCHÉ IL MIGLIOR ANTIDOTO È LA CALMA
La razionalità ci permette di ragionare in maniera pulita, senza eccessive interferenze causate della paura e dagli stati d’animo degli altri. Ci permette di fermarci e pensare, prendendo in considerazione le alternative migliori e sapendo quali fonti di informazione ascoltare per sapere in che modo agire. È bene ricordarsi che l’uomo, nella storia, ha saputo lottare e sconfiggere numerose malattie e epidemie, utilizzando lucidità, calma e razionalità come condizioni di base per assumere comportamenti adeguati.

Il coronavirus non è solo un'emergenza sanitaria ma anche un'epidemia di insicurezza che si amplifica con la diffusione incontrollata di notizie non vere.
La paura di un'epidemia è antica quanto l'uomo, e in questo caso è amplificata dalla diffusione velocissima di notizie parziali, quando non addirittura false, che può causare un crollo di fiducia nei rapporti tra le persone e nelle Istituzioni". A pesare, inoltre, è il fatto che "il virus sta avendo un impatto violento sulla vita quotidiana, modificando le nostre vite e provocando l'annullamento o la posticipazione di centinaia di migliaia di impegno, obiettivi, progetti importanti nella vita delle persone.

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IL POST PANDEMIA COSA POTREBBE PROVOCARE?

I cambiamenti che sta subendo la nostra vita nessuno o solo pochi li avrebbe pensati; invece stiamo modificando il nostro tempo libero, ma soprattutto il lavoro.

Lo smart works si è immediatamente trasformato nel nuovo modo di lavorare, pur sempre con vincoli dettati da tecnologie non seffre effecienti, da dover far conciliare la vita familiare con quella lavorativa etc.
Questa metodoligia di lavoro ha sicuramente eliminato un altra emergenza, quella dell'inquinamento.
L’espansione del lavoro in remoto è stata resa possibile grazie a mezzi come Skype, Zoom e Slack, ma tutte le aziende in questo momento sono in grado e sicure di poter affrontare tale situazione, gli stessi strumenti che usiamo saranno in grado di gestire un sovraccarico enrome di utenze?
Tanto per citare due esempi a Netflix e Youtube è stato chiesto di non fornire più video in alta definizione.
Il lavoro in smart working crea però d'isegualianze in termini di efficienza, in funzione del grado di copertura della banda internet.

Vantaggi
Numerosi studi mettono in luce un aumento della produttività. Si aumenta il rendimento orario poichè i lavoratori non perdono tempo nei viaggi di spostamento e usano quello risparmiato per lavorare, in parte come forma di ringraziamento per la flessibilità ottenuta.
Inoltre non ci sono distrazioni e si è meno coinvolti nelle questioni organizzative oridnarie. Ci si concentra insomma più facilmente sugli obbiettivi. In molti casi si possono poi scegliere le ore in cui ci si sente più efficienti. La soddisfazione lavorativa dunque diventa più alta, anche se è maggiore per chi alterna periodi in ufficio. Anche perché si guadagna nettamente nel bilancio tra vita lavorativa e vita famigliare, si è lontani dallo stress provocato da altri, e da interruzioni non sempre utili.
Svantaggi
Ci sono anche lati negativi. Indubbiamente mancano le relazioni dirette e aumenta la sensazione di isolamento e di minore connessione con i colleghi. Questa mancanza di confronto può portare a una maggiore insicurezza e a una mancanza di informazioni di conferma. Una minore interattività personale riduce la ricchezza dei rapporti e la distanza spaziale viene spesso percepita come distanza psicologica. Chi è lontano può quindi anche ascoltare meno ed essere meno sensibile agli stimoli.

Il Center for creative Leadership, un centro di ricerca per la formazione dei manager, ha messo a punto uno strumento che permette di misurare la capacità di lavorare da casa. Si chiama WorkLife Indicator. Chissà forse un giorno lo emart workimg non diventerà una azione di contenimento ma forse potrebbe diventare la norma.

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